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Archive → maggio, 2014

QUANTO ERANO BUONI GLI ARANCINI

QUANT'ERANO BUONI GLI ARANCINI 01– … e poi, per te, potrei anche morire
– come moriresti?
– stecchito, in ginocchio, qui davanti ai tuoi piedi, nel tentativo di toccarti le gambe, così …
– e metti giù ‘ste manacce!
– ma un pò di pietà! Sto morendo, stecchito …
– appunto, come uno qualsiasi
– perché, come dovrei morire?
– non lo so, sei tu che inventi quadretti: mi poetizzi, mi sublimi, mi innalzi e poi … mi muori
stecchito, come uno qualsiasi?
– … se stecchito non va bene, posso morire in così tanti modi che ti ci faccio fare la collezione. Per
cominciare, posso morire … sbigottito
– e sarebbe?
– sarebbe …

che sto alla fine di una salita, nel parco di una villa bellissima e so di poterti incontrare.
Corro su. Ai lati vedo solo meraviglie, immerso in un sentiero fra storiche rovine e paesaggi naturali mozzafiato.
Arrivato in cima mi trovo davanti a un bivio.
E’ il tramonto.
Le due strade scendono ripide offrendo poca visibilità: all’inizio di entrambe c’è una curva a gomito e non riesco a capire come continuano.
Sto fermo, col fiatone, mi guardo intorno.
Incantato.
Non s’è mai vista una sera così.
Mi stai aspettando e ho poco tempo a disposizione.
Sento l’affanno della fatica più bella, ma soprattutto l’ansia della scelta definitiva: se sbaglio strada non ti avrò più, per sempre.
Il cuore mi sale in gola, batte forte, sempre più forte.
Ne scelgo una.
Questa di qua.
Vado giù di corsa, di peso, e appena girata la curva, mi ritrovo in una cosa che mi ammazza, sbigottito.
Una cosa che è…
più grande della piazza più grande,
più alta del grattacielo più alto,
più colorata dell’arcobaleno più colorato e me la ritrovo così vicina che …
non so se l’hai capito,
ma sono morto sbigottito
– e cioè?!! Ma che è?!
– non te lo posso raccontare, metti caso che stia succedendo la stessa cosa a un altro, che sta riferendo ad una lei di voler morire allo stesso modo, sbigottito, e che questa lei, per un puro caso si ritrovasse a leggere il mio svelamento. Svuoterei in un attimo tutta la carica del potere misterioso, che dai tuoi occhi posso intuire … è proprio tanto misterioso.
Comunque un indizio te lo posso dare.
Dietro la curva, non c’è niente di urlato, niente di spogliato e niente di molliccio.
E non è neanche doubleface [NdR. si pronuncia alla francese ‘duble fàs’ anche se si scrive allo stesso modo in inglese]
– e se sceglievi l’altra strada?
– quella di là?
– sì
– era occupata da quell’altro di prima, stava appunto raccontando di morire sbigottito, ma s’è sbagliato, e, a questo punto, sarà morto in altro modo …

– quindi, tu mi muori stecchito o sbigottito …
– adesso che ho iniziato, per te potrei morire anche … di tapascio (*)
– di tapascio?! Casomai da tapascio!
– no, di tapascio, mentre mi sto allenando, e nella testa ho solo te, corro attraverso il parco e mi sento dire ‘tapascio!’ da uno che fa le flessioni sull’erba; continuo a correre, entro in pista, ‘tapascio!’ mi urla il coach con la faccia schifata; riesco all’esterno dello stadio, di corsa, per andare sullo stradone, ‘tapascio!’ mi grida l’automobilista in fila al semaforo, tirando giù il finestrino.
Arrivato alla fine dell’allenamento, negli spogliatoi, sotto la doccia, ‘tapascio!!’ in coro da tutti quanti, in piedi e spogliati.
A quest’ultimo coro, muoio di ‘tapascio!’ veramente, non riesco a resistere all’accoppiata di ‘tapascio!’ insieme all’ultima acqua fredda della doccia e mi accascio lentamente, scrivendo il tuo nome sulle piastrelle con la schiuma densa del Badedas.

Ti ho immalinconito?
– un po’, è una immagine triste, con l’acqua fredda …
– e soprattutto, col Badedas, confezione maxi, quella in offerta speciale …
– già
– ma posso recuperare
– vuoi morire un’altra volta?
– per te, sempre per te, potrei morire … di arancini siciliani
– quanto mi piacciono!
– stecchito, sbigottito, di tapascio, per te muoio anche di arancini siciliani, dopo averne mangiati 24 in un dopocena a Castellammare del Golfo, nel punto più bello del centro storico, seduto ad un tavolo profumato di mare.
24 arancini, 24 ripieni diversi, per ciascuno una dedica ad alta voce, alzandolo al cielo come un calice e immaginando di baciare ogni volta una parte diversa del tuo corpo.
Il colpo di grazia ce l’ho sul mozzarella e acciughe, con le labbra tremanti a cercare il tuo decoltè.
– ma qui mi muori senza che c’entri la corsa
– è vero, ma non puoi immaginare quanto erano buoni gli arancini.

(*) Dicasi ‘tapascio’ il podista che, nonostante il tempo e l’impegno dedicati agli allenamenti, rimane notevolmente al di sotto di uno standard qualitativo minimo. Il termine stigmatizza movenze ed affanni tipicamente bradipici. Accezione dispregiativa, a differenza di ‘tapascione’, utilizzato in tono più amichevole e scherzoso.

ALLE SPALLE.


ALLE SPALLE jpeg

– Al 31esimo km della maratona, per la paura di essere fermato dal muro, ho accelerato così tanto che, dopo il dosso dello sterrato, sono atterrato alle spalle del panorama. Intorno, tutto mi continua a succedere, ma io ne sono alle spalle.
– Alle spalle del panorama?
– sì
– al 31esimo km della maratona
– sì
– e come te ne sei accorto?
– mi sono fatto un selfie e sono venuto di nuca
– ma perché, tu in maratona ti porti il cellulare?
– sempre, metti che ti càpita qualcosa … e infatti mò sto alle spalle
– mica mi è chiarissimo, alle spalle, che vuol dire? A parte il selfie, che problemi hai?
– se ci stessi dentro te ne accorgeresti subito. Vedi tutto, ma stando alle spalle:  gli alberi, i monti, le nuvole. Lo so che non c’è differenza ma io la sento, è come se non ci fossi, se mancasse della luce, se niente accadesse per te. Incontri un animale? lo vedi di spalle. Raccogli un fiore? lo vedi di spalle. Per farti capire, è come se, stando al cinema, vedessi le spalle degli attori che recitano.
– cosa pensi di fare?
– intanto mi sono fermato, per la maratona alle spalle non sono allenato e poi, volendo sintetizzare con una frase: “come minchia faccio a ritornare dall’altra parte?”
-…
– ehi?
– …
– …
– ecco fatto, sono rimasto pure da solo, senza nessuno con cui parlare; però posso chiamare, provo con mia moglie … squilla …
Risponde una voce registrata.
– SIAMO SPIACENTI, SI SARÀ SICURAMENTE ACCORTO DI TROVARSI ALLE SPALLE, MICA PENSERÀ DI POTER FARE LE CHIAMATE COME PRIMA. PER ULTERIORI INFORMAZIONI DIGITARE CANCELLETTO.
– e digitiamo cancelletto
– SIAMO PIÙ SPIACENTI DI PRIMA, MA DOBBIAMO INFORMARTI, NEL CASO NON L’AVESSI ANCORA CAPITO, CHE TE NE SEI ANDATO ALL’ALTRO MONDO. SEI ANCORA NELLA FASE ‘SICURAMENTE STO
SOGNANDO’ MA TRA POCO COMINCERAI AD AVERE DELLE VISONI CHIARIFICATRICI, AD ACCOMPAGNARTI CON LORO E A SCOMPARIRE PROGRESSIVAMENTE. NEL FRATTEMPO, SE VUOI APPROFITTARE DI QUESTI POCHI MINUTI PER CONVERSARE CON QUALCUNO PRESENTE NELLA TUA RUBRICA E SE RIESCI ANCORA A VEDERTI LE DITA, DIGITA DUE VOLTE CANCELLETTO.
– ma porca zozza, sicuramente sto sognando, però … quand’è che mi sono addormentato? … vabbè, dai … cancelletto cancelletto
– PRENOTAZIONE INSERITA. SI PREGA RIAGGANCIARE.

Silenzio. Soffia il vento. Scorrono le nuvole. La luce comincia a diminuire.
– embè, non succede niente? Brrr, scommetto che sto sudato pure nel letto e che c’è qualche finestra che fa corrente … però io sto qui, ancora qui! Devo svegliarmi assolutamente.
Squilla il cellulare, è sua moglie.
– dove sei?
– sto al 31esimo km, dietro la collina del tratto sterrato, ma il punto è che sono finito alle spalle del panorama e non posso telefonare come prima, però … per fortuna posso ricevere
– ma che diavolo stai dicendo? qui sono arrivati tutti, pure i peggio sciancati, ti stiamo aspettando da stamattina, stiamo con le scarpettine, con le gonnelline, fa un freddo cane e tu mi dici ‘sta minchiata?
– lo so, ma è difficile da spiegare
– con chi stai?
– ma sto da solo, mi sto morendo di paura, sto alle spalle e non so come rientrare
– smettila di dire fregnacce sennò attacco
– senti, devi chiamare qualcuno, che mi venga a prendere
– ma dove?
– te l’ho detto, alla fine del tratto sterrato, dietro la collina, però sto alle spalle e non so spiegarti come arrivarci
– ma hai bevuto qualcosa, hai sbattuto la testa? non continuare così, che attacco e me ne vado a casa
– mi devi credere, mi sta succedendo tutto davanti e io sto dietro, non riesco a orizzontarmi, a capacitarmi, stavo correndo, e al 31esimo mi sono ritrovato alle spalle di tutto. Mi credi?
– no
E riattacca.

Non sa come muoversi.
Riflette su quello che gli ha appena detto la moglie, che sono arrivati tutti. Quindi è passato un sacco di tempo, e non 5 minuti come è sembrato a lui. Ma vabbè, nei sogni il tempo va, viene, s’attorciglia. Darebbe qualsiasi cosa per sentire adesso quell’odioso rumore della sveglia, gioirebbe anche per uno schiaffone, per una secchiata d’acqua gelata, per una qualsiasi fine a questo incubo che non riesce a scrollarsi di dosso.
Squilla di nuovo il cellulare. E’ sua madre.
– Mamma!!
– ciao, allora, come è andata la maratona? ce la fate domani a venire a pranzo?
– Mamma, non puoi capire, sto in mezzo a un casino e non riesco a uscirne
– vuoi che ti richiamo fra un pò?
– mi ritrovo alle spalle di tutto quello che succede , è come se non potessi più affrontare le cose, ma solo osservarle da dietro, vederle allontanarsi
– con chi sei?
– ma sto da solo, ho freddo, non vedo nessuno
– quando rientrano fatti preparare una cosa calda
– si vabbè, vabbè, ti richiamo
– ma domani vieni a pranzo?
– non lo so, ti chiamo più tardi, ciao
– ciao
Appena in tempo. La batteria del cellulare si è esaurita.
Si guarda intorno.
Laggiù, vede un uomo che si avvicina. Ha i pantaloni a zampa d’elefante, una montagna di capelli ricci, un fazzoletto al collo e la chitarra.
– ma tu sei … Lucio Battisti
– sì.